Chi siamo

La Fondazione Adolfo Pini, istituzione
non-profit, casa museo del pittore Renzo Bongiovanni Radice, ha sede nella palazzina storica di fine ottocento in Corso Garibaldi 2.

  • La Fondazione
  • La Casa
  • Adolfo Pini
  • Renzo Bongiovanni Radice
  • Collezione Permanente

Nelle stanze, che furono dimora e studio del pittore, sono esposte in collezione permanente le sue opere, insieme agli arredi d’epoca. Impegnata nella promozione dell’arte e della cultura, produce mostre temporanee e incontri. Sostiene l’attività di giovani impegnati in tutte le arti, anche attraverso l’erogazione di borse di studio.

Nata nel 1991 per volontà di Adolfo Pini (1920-1986), la Fondazione che porta il suo nome ha sede a Milano nell’elegante palazzina di fine Ottocento in corso Garibaldi 2. Oltre ad Adolfo Pini, uomo di scienza e docente di fisiologia, qui ebbe dimora e studio il pittore Renzo Bongiovanni Radice (1899-1970), zio materno di Pini, che fu una figura chiave nella formazione culturale del nipote, guidandone in particolare l’interesse verso le arti.

Per volontà di Adolfo Pini la Fondazione è dedicata alla memoria dello zio, di cui egli è l’unico erede, e ha i seguenti scopi: la promozione e la valorizzazione dell’opera del pittore Renzo Bongiovanni Radice, attraverso studi e mostre, e il sostegno ai giovani artisti attivi in tutte le arti, attraverso borse di studio, offerte formative e altre iniziative.

Dal suo inizio la Fondazione recepisce questo mandato nel suo Statuto al quale aggiunge inoltre l’attività di promozione della figura di Adolfo Pini che, accanto alla sua attività scientifica, fu anche scrittore, compositore e appassionato d’arte, rappresentando una perfetta sintesi di cultura scientifica e umanistica.

La sede della Fondazione, al primo piano della palazzina di corso Garibaldi, comprende alcune sale nelle quali è esposta in permanenza un’ampia selezione di opere di Renzo Bongiovanni Radice, oltre ad altri dipinti, arredi e oggetti d’arte della sua collezione che restituiscono nel loro insieme l’atmosfera elegante e colta di una dimora alto borghese del primo Novecento.

La sede della Fondazione Adolfo Pini, in corso Garibaldi 2, è nel cuore dello storico quartiere popolare Garibaldi, poco distante dall’Accademia di Belle Arti di Brera, dal Piccolo Teatro Strehler e Piccolo Teatro Studio Melato, dal Castello Sforzesco e dal Teatro alla Scala.

A causa delle distruzioni subite dall’Archivio Storico di Milano durante la seconda guerra mondiale, non esistono documenti sull’anno di costruzione e l’autore di questa palazzina ottocentesca, di nobile architettura, con reminiscenze rinascimentali, sviluppata per quattro piani, su pianta quadrilatera, che racchiude una corte centrale, cui si accede dopo l’androne e un profondo porticato a colonne che fanno da diaframma con la strada.

Dalla scala padronale, a sinistra della corte, si sale alla sede della Fondazione: un elegante appartamento al primo piano che, con i suoi soffitti a cassettone, gli antichi pavimenti a parquet, i mobili antichi, i decori, gli oggetti d’arte, e la collezione dei dipinti di Renzo Bongiovanni Radice, mantiene il carattere della casa di famiglia del pittore e del nipote Adolfo, l’atmosfera di raffinatezza e cultura di una dimora alto borghese del primo Novecento.

Qui Renzo Bongiovanni Radice ebbe casa e studio e vi soggiornò alternando le sue permanenze tra Milano, Parigi e la bella villa sul Lago Maggiore, chiamata “La Palazzola”, residenza di vacanza della famiglia, poi donata al Comune di Stresa da Adolfo Pini.

Da documenti conservati presso il Castello Sforzesco si sa che nel 1922 venne realizzato il sopralzo di un terzo piano su corte e un quarto su strada, mentre la facciata di corso Garibaldi venne rimaneggiata nelle forme attuali. Il progetto fu dell’ingegner Piero Pini, marito di Carla Bongiovanni Radice, il quale nel frangente ebbe un contenzioso con un ciabattino, inquilino di una bottega a pianterreno, che lamentava il disturbo subìto a causa dei lavori.

L’edificio infatti comprendeva allora, come oggi, oltre alle abitazioni dei padroni di casa, appartamenti per inquilini, accessibili dalla scala di servizio, a destra della corte, e botteghe artigiane al pianterreno, secondo una tipologia di palazzo borghese che compare a Milano a inizio Ottocento.

La palazzina era all’epoca un’elegante eccezione rispetto al contesto del quartiere Garibaldi, che era quartiere popolare, di artigiani, molti dei quali legati all’indotto creato dalle attività sia della vicina Accademia di Belle Arti, sia del Teatro Fossati, quest’ultimo proprio di fronte a casa Bongiovanni Radice.

E si trattava dunque prevalentemente di falegnami, vetrai, fabbri, corniciai, decoratori, intarsiatori, restauratori, e così via, molti ancora attivi nel quartiere fino a pochi anni fa.

Le attività artigianali e commerciali presenti oggi negli spazi a pianterreno rispecchiano, come allora, la mutata fisionomia sociale e culturale del quartiere.

Adolfo Pini nasce a Milano il 24 novembre 1920 da Carla Bongiovanni Radice, discendente per linea materna dalla famiglia alto borghese dei Radice, e da Piero Pini, ingegnere, membro di quella illustre famiglia Pini che annovera fra i suoi membri, oltre all’ingegnere della diga di Assuan, i medici Gaetano Pini (1843/1890) e il figlio Paolo (1875/1945) che hanno dato il nome a due importanti ospedali milanesi.

Entrambi definiti “medici dei poveri”, sono noti, il primo, per i suoi studi sul rachitismo, il secondo per gli studi sull’epilessia, entrambe malattie endemiche, che essi combatterono soprattutto fra le classi più svantaggiate facendo della loro professione un autentico impegno civile.

Adolfo Pini è dunque erede di una tradizione familiare che lo porta con naturalezza verso gli studi scientifici, alla laurea in fisica e medicina e alla libera docenza in fisiologia, sulle orme del suo maestro Rodolfo Margaria, uno dei padri della fisiologia in Italia.

I suoi interessi culturali non si fermano tuttavia dentro i confini dell’ambito scientifico. Con altrettanta energia Adolfo Pini frequenta la musica, la letteratura e l’arte, in ciò accompagnato dalla guida dello zio materno, il pittore Renzo Bongiovanni Radice che ha il suo atelier nella casa di famiglia, in Corso Garibaldi 2. Unico visitatore ammesso regolarmente nello studio dello zio, Adolfo intrattiene con lui forte rapporto affettivo e intellettuale, raccoglie le sue confidenze sul suo lavoro di pittore, ne vede da vicino i turbamenti e le difficoltà, discute con lui di arte e dei rapporti tra arte e scienza, lasciando di tutto ciò un’intensa testimonianza scritta in occasione di una mostra postuma dedicata a Renzo Bongiovanni Radice nel 1978 dalla Galleria Lusarte.

Intelligente, vitale, di carattere estroverso, del tutto diverso dall’indole schiva e riservata dell’amatissimo zio Renzo, Adolfo Pini è un uomo brillante, viaggia molto, ama la vita mondana, apre spesso la sua casa a feste che coinvolgono l’alta società milanese, di cui la Fondazione conserva i libri-ricordo delle firme, com’era in uso, fino agli anni Cinquanta. Soggiorna nelle sue case di Parigi, Londra, Saint Tropez, Stresa, Miami: sempre in movimento, mai pago di inseguire eventi, concerti, mostre, godendo pienamente della sua ricchezza, prodigo di attenzioni per le persone che amava. Certamente corteggiatissimo, tuttavia non si sposerà mai.

Nel 1981 pubblica il romanzo Grigio su Grigio I, e nel 1983 Grigio su Grigio II o della piccola teoria della conoscenza. Inoltre, una raccolta di poesie intitolata I sogni, e il romanzo … E la rosa. L’isola del mondo sono invece pubblicati postumi, nel 1998, a cura della Fondazione Adolfo Pini che conserva anche alcuni spartiti di sue composizioni e testi musicali.

Dopo lunga malattia, Adolfo Pini si spegne nel 1986 nella sua casa di corso Garibaldi 2. Erede di una fortuna e, nel contempo, di una tradizione filantropica tipica di un’epoca, lascia in dono al Comune di Stresa la villa di famiglia denominata “La Palazzola” di fronte alle isole Borromee, disponendo che venga usata con finalità turistiche e culturali. Dispone che il resto dei suoi beni vada a costituire il patrimonio di una fondazione che porti il suo nome e che sia dedicata, da un lato, a promuovere la figura del pittore Renzo Bongiovanni Radice e, dall’altro, a sostenere lo sviluppo dell’arte attraverso il sostegno ai giovani artisti.

Adolfo Pini – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Adolfo Pini e Renzo Bongiovanni Radice – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Il pittore Renzo Bongiovanni Radice nasce a Palazzolo Milanese nel settembre del 1899. La famiglia paterna, i Bongiovanni, di origini emiliane, ha una solida tradizione militare, diplomatica e politica, mentre la famiglia della madre, i Radice, fa parte dell’alta borghesia imprenditoriale milanese, illuminata e colta. Renzo ha una sorella maggiore, Carla, e un fratello minore, Gino.

All’inizio della prima guerra mondiale, Renzo, appena sedicenne, parte volontario per il fronte, animato da un giovanile slancio patriottico, come numerosi altri “ragazzi del ‘99”, ma la sua adesione alla tradizione familiare non avrà altro seguito dopo la guerra.
Sarà invece più sofferta la riluttanza di Renzo ai progetti che i genitori hanno per lui, più chiara la sua scarsa propensione agli studi imposti per tradizione, più netta la sua vocazione all’arte, irriducibile al punto che la madre gli darà infine il suo sostegno, assecondando l’inclinazione di questo figlio sensibile, timido ed estraneo alle attese paterne. Del resto, il fratello Gino accetterà senza problemi gli imperativi familiari, sarà avvocato, e ciò potrà bastare a dare seguito alla tradizione di famiglia.

Renzo intraprende dunque la sua vera strada nell’arte come allievo di Attilio Andreoli (1877-1950), docente all’Accademia di Brera, noto maestro della spatola, tecnica di cui il giovane assorbe con passione l’insegnamento, acquisendone una padronanza ai limiti del virtuosismo che gli consentirà un rapido successo fra i collezionisti della buona borghesia milanese.

Nel 1925 esordisce in una mostra pubblica alla Biennale di Brera, con l’opera Parola del Signore, e nel 1928 è alla Biennale di Venezia con l’opera Romanzo russo. Tuttavia, le successive esperienze, e soprattutto, dall’inizio degli anni Trenta, la lunga e assidua frequentazione a Parigi dei corsi di André Lothe e il rapporto con lo stimolante ambiente artistico francese, lo inducono presto a rifiutare gli eccessi stilistici dei suoi esordi, e quello che lui ritiene un facile successo, e lo aprono alle problematiche di una lingua moderna in pittura. Problematiche che investono tutta l’arte del suo secolo, di cui è pienamente consapevole, che spostano la sua pittura su un terreno più sperimentale, difficile e sofferto, e tuttavia appartato rispetto allo spirito delle avanguardie.

L’estrema severità verso il proprio lavoro, lo induce a lavorare con ferrea disciplina e in totale solitudine nel suo studio di corso Garibaldi 2, refrattario alle visite anche degli amici e colleghi più cari, fra i quali si ricordano Orio Vergani, Dino Buzzati e Leonardo Borgese, Francesco De Rocchi, Emilio Radius e Donato Frisia. Per tutta la vita, Bongiovanni Radice risiederà fra Parigi e Milano, alternando la frequentazione dell’ambiente francese con il ritiro nello studio di corso Garibaldi 2.

La sua ritrosia è quasi leggendaria, almeno pari tuttavia alla sua generosità verso gli altri artisti che incoraggia e sostiene spesso economicamente. Ed è assieme ai suoi amici artisti che preferisce esporre, rifuggendo per timidezza dalle mostre personali che accetta di affrontare solo raramente. Non mancano tuttavia importanti riconoscimenti alla sua pittura: i suoi lavori sono esposti in numerose edizioni della Biennale di Venezia, della Biennale di Brera, della Quadriennale di Roma, in mostre presso la Permanente e presso prestigiose gallerie private milanesi.

Nel suo elegante e inaccessibile studio di corso Garibaldi 2, un solo ospite è regolarmente ammesso: il nipote Adolfo Pini, figlio della sorella Carla, al quale lo lega un profondo affetto e con il quale intrattiene un intenso dialogo sull’arte e la scienza, affidandogli le sue riflessioni più profonde.
Alla sua morte, avvenuta nel febbraio 1970 a Milano, in seguito ad un infarto che lo coglie a Parigi, al nipote Adolfo va in eredità il suo patrimonio, e con questo le opere oggi esposte in permanenza nella sede della Fondazione dedicata alla sua memoria.

Renzo Bongiovanni Radice – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice con altri artisti ad all’inaugurazione di una mostra – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice insieme alla sua famiglia – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice nella sua casa di corso Garibaldi, 2 Milano – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice, primo a sinistra, con Arturo Martini un amico e Dino Buzzati – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Renzo Bongiovanni Radice nella sua casa di corso Garibaldi, 2 Milano – Immagine d’archivio della Fondazione Adolfo Pini, Milano

Nelle belle sale della Fondazione Adolfo Pini le opere dello zio materno, Renzo Bongiovanni Radice, sono in mostra permanente accanto agli oggetti d’arte e ad altri dipinti della sua collezione.

Il percorso inizia con due ritratti dei padroni di casa: un ritratto di Renzo Bongiovanni Radice, opera di uno dei suoi più cari amici, l’artista e critico Leonardo Borgese, e un tenero ritratto di Adolfo Pini bambino, dipinto da Renzo Bongiovanni Radice.

Altri ritratti, come Vecchio che beve, o Popolana con bimba in grembo, entrambi del 1920, dimostrano la notevole padronanza della pittura di un Bongiovanni Radice appena ventenne. Assieme a questi, i due dipinti Donna che fuma, e Donna sdraiata sulla spiaggia, entrambi datati attorno al 1946/47, danno un saggio di un perdurante interesse per la figura, della quale molte bellissime prove sono riportate nel Catalogo Generale curato da Denis Viva che documenta anche opere disperse presso collezioni ignote.

Il valore dei dipinti citati, presenti in Fondazione, e degli altri documentati nel Catalogo Generale, evidenzia la consapevolezza che l’artista ha della pittura di Novecento, e la sua adesione a quel richiamo alla solidità delle forme che fu un imperativo stilistico di quel momento storico. E tuttavia Bongiovanni Radice abbandona nel tempo il suo interesse per la figura approdando, nella sua piena maturità, a una netta predilezione per il paesaggio. Né mai si riesce ad associarne veramente il lavoro alle avanguardie nel suo tempo, nonostante la Milano che egli frequenta sia attraversata, prima e dopo le due guerre mondiali, dal Futurismo, quindi da “Novecento”, da “Corrente”, dal realismo esistenziale, dall’astrattismo, dall’informale.

Per un particolare scarto generazionale, ma soprattutto sentimentale e ideologico, Bongiovanni Radice non aderì ad alcuna avanguardia, e se fu vicino alla sensibilità chiarista, amico fraterno di De Rocchi, pure non vi aderì mai appieno, mentre la sua decisa concentrazione sul genere del paesaggio era piuttosto in linea con una ritrovata adesione alla tradizione lombarda otto e novecentesca.

Nei suoi paesaggi lirici e malinconici, esposti numerosi nelle sale della Fondazione, si ritrova, integrato con le sue radici lombarde e lo studio della pittura antica, l’eco della sua lunga frequentazione a Parigi, dagli anni Trenta in avanti, della scuola di André Lothe e dell’ambiente artistico di Parigi.

Sono questi lunghi e reiterati soggiorni oltralpe e che lo aprono alle problematiche della definizione di una lingua moderna in pittura, che ne mettono in crisi la baldanzosa sicurezza tecnica acquisita come allievo di Attilio Andreoli, ne interrogano le sue prese di distanza dai movimenti delle avanguardie, ne affinano la sensibilità, saldandosi con una crescente tendenza all’autocritica che lo porterà a distruggere, insoddisfatto, molti suoi lavori, facendo della sua pittura un distillato faticoso e sofferto.

Dal suo temperamento artistico e umano, da suo rigore e dalla sua solida cultura visiva, nasce la sua capacità di far vibrare la poesia nelle atmosfere grigie e dimesse della città, la sua predilezione per i paesaggi solitari, senza presenze umane, per le facciate spettrali delle case, i cancelli chiusi, i filari di alberi spogli a segnare, silenziosi, i confini dello sguardo, immerso in teneri colori opalescenti.

Come confidava al nipote Adolfo, un quadro non era finito finché egli non riusciva a infondergli quella particolare aria “soffiata”, cioè “lievitata nell’insieme ad assimilare la vita soffusa che è nelle cose e tra le cose”, come a dare visivamente l’idea dell’inafferrabile, dell’indicibile.

E benché parlasse con autentica sofferenza di una sorta di cristallo tra se stesso e il mondo, di cui la sua arte sembra una metafora visiva, nessun tormento ne offuscò mai l’interesse vivace per le problematiche e le teorie della pittura. Come racconta il nipote nella sua testimonianza nel catalogo della mostra postuma ( Galleria Lusarte, 1978), “… si mostrava affascinato dai problemi di filosofia dell’arte, dalle relazioni fisiologiche che giocano nei richiami dei colori, nell’accostamento e nella fusione dei colori complementari; dalla ritmata riproduzione modulare; dalla suggestione che ci regala una composizione quando il suo ideale baricentro giace nella sezione aurea…”

La sua pittura è frutto non solo del suo temperamento malinconico e sofferente, ma di uno sguardo esigente e consapevole, e di un calibrato esercizio di equilibrio.

Marina con barca (1916), acquerello su carta, 15×23 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Marina con bosco (1916), acquerello su carta, 15×23 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Popolana con bimbo in grembo (1920), olio e pastello su carta, 94×64 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Vecchio che beve (1920), olio e pastello su carta, 55×43 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Bambino (1920-24), pastello su carta, 55×43 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Ritratto di Adolfo Pini (1928), acquerello su carta, 61×38 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Nella casa degli idoli (1930), olio su tela, 125×165 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Parigi (1932-1933), olio su cartone, 27×35 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Parigi (1932-33), olio su cartone, 27×35 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

I cappelli del prestigiatore (1932-33), olio su tela, 60×50 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

San Marco-Milano (1933), tempera su tavola, 70x60cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Canal Grande e la chiesa di San Simeon Piccolo (1937-39), olio su tela, 85×120 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

La piazzetta (1938-40), olio su tela, 80×115 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Carrozzella (1939-47), olio su tela, 60×50 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

La stazione di Cormano-Brusuglio (1940), olio su tela, 50×60 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Santo Spirito-Firenze (1941), olio su tela, 50×60 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

 

Baracche a Parigi,1939, olio su cartone, 28×35 cm. Collezione privata, Milano

Fiori, 1932, olio su tela , 70×55 cm. Museo del Novecento, Milano

Il cancello, 1939.1940, olio su tela, 54×68 cm. Museo del Novecento, Milano

 

Pompei, Foro Civile, 1932, tempera su tela, 50×60 cm. Museo del Novecento, Milano

 

 

Riva degli Schiavoni, 1932, tempera su tela, 58×74 cm. Museo del Novecento, Milano

 

 

Un cancello chiuso, 1937-1938, olio su tela, 51×60 cm. Museo del Novecento, Milano

Liliana sdraiata sulla spiaggia, olio su tavolo, 55×90 cm. Ubicazione sconosciuta

 

 

Bosco (1946), olio su tavola, 70×55 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Le querce (1946), olio su tavola, 100×80 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

 

Donna che fuma (1946), olio su tavola, 60×46 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

Donna sdraiata sulla spiaggia (1946-47), olio su compensato, 55×90 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

 

Paesaggio (1946-47), olio su tela, 55×164 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio invernale (1946-47), olio su tela, 54×64 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

 

 

Muro agli invalidi a Parigi (1949), olio su tavola, 38×55 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio con case (1949), olio su cartone, 28×36 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio con ponte (1949), olio su cartone, 28×36 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Monumento (1949), olio su cartone, 27×35. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Cavalli al pascolo (1950), olio su tela, 70×90 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Alle corse (1950), olio su tela, 90×70 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

In riva al mare (1953-54), olio su tavola, 60×50 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Quai d’Orsay (1955), olio su tela, 70×90 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

L’ora del bagno (1955-57), olio su tela, 73×100 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Autunno (1957), olio e pastello su tela, 93×72 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Arco della pace (1957), olio su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Rue Monte Cenisio (1959-60), olio su tela, 73×54 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Case con alberi (1959-60), olio su tavola, 60×50 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Dalla finestra di un amico (1959-60), olio e pastello su tela, 100×80 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Case e cielo (1960), olio su tela, 92×73 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Case senza cielo (1960), olio su tavola, 91×75 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Temporale sul greto (1960), olio su tela, 80×100 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia (1960), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Il Duomo di Milano (1960), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Cancello chiuso (1961), olio e pastello su tela, 23×18,5 cm, bozzetto. Fondazione Adolfo Pini, Milano

La Senna (1961-63), olio su tela, 90×70 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Alberi, cielo e vento (1963), olio e pastello su tavola, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Casa (1963-65), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milan

La casa di Colette (1963-65), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Menil Montant (1963-65), olio e pastello su tela. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Dopo la pioggia (1963-65), olio e pastello su tela, 92×73 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Vallata in inverno (1963-65), olio e pastello su tela, 100×73 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Fontana a Place de la Concorde (1963-65), olio e pastello su tela, 92×72 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Il ponte delle arti-Parigi (o Pont de la Concorde) (1965), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

La tempesta (1965), olio su tavola, 117×90 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

…e tutti gli alberi poi furono abbattuti (1965), olio e pastello su tavola, 90×117 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

La neve sul vigneto (1966), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Luna d’agosto e pipistrelli (1967), 1967, olio e pastello su tavola, 89×118 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

La nave (1967-69), olio e pastello su tela, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio dell’Appennino (1967-69), olio e pastello su tela, 60×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio dell’Appennino (1967-69), olio e pastello su tela, 60×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Sera di vento (1967-69), olio su tela, 73×93 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Bosco verde (1967-69), olio e pastello su tavola, 90×55 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Progetto di case a raggiera (1968-69), olio su tavola, 80×100 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Albero spoglio (1969), olio e pastello su tela, 70×50 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Albero (1969), olio su tela, 90×70 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Nebbia invernale (1969), olio su compensato, 92×73 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Plenilunio d’inverno (1969), pastello su compensato, 80×100 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano

Paesaggio (1969), pastello su tavola, 73×92 cm. Fondazione Adolfo Pini, Milano